
Ogni anno, il 25 aprile divide l’Italia: da una parte chi lo passa al mare, approfittando del ponte con la coscienza alleggerita da un post con la bandierina tricolore, dall’altra quelli che lo organizzano. Torino fa parte della seconda categoria, con un programma talmente fitto da far venire il sospetto che qualcuno, lassù in Municipio, non dorma da settimane.
Il calendario 2026 delle celebrazioni per la Festa della Liberazione è una creatura imponente: decine di eventi spalmati su dieci giorni tra cortei, concerti, mostre, proiezioni, biciclettate, passeggiate partigiane, installazioni di carta rossa e almeno una balconata da intitolare.
La vera novità di quest'anno è il Festival della Pace, della Libertà e della Resistenza, titolo che non lascia molto spazio all'immaginazione. Per la prima edizione, il tema scelto non poteva essere diverso: “Guerra e pace”. Una scelta che, nell'anno di grazia 2026, con le tensioni internazionali che sembrano uscite da un manuale di storia del Novecento, suona come una diagnosi dei tempi che viviamo.
Il festival gravita attorno al Sacrario del Martinetto, il luogo dove il regime fascista fucilava i partigiani ma anche il posto giusto parlare di libertà.
Per chi preferisce celebrare in movimento, Torino offre un'ampia scelta. C'è la biciclettata antifascista con partenza da via Nizza (sabato 18), la pedalata partigiana della Circoscrizione 5 (domenica 19), la camminata con posa di fiori della sezione ANPI Leo Lanfranco, il corteo nel quartiere Vanchiglia con banda musicale al seguito e, per i più mattinieri, il corteo del 25 aprile che parte dalle Concerie Fiorio, la sede clandestina del CLN piemontese, e arriva al Martinetto ripercorrendo i passi di chi, ottant'anni fa, quegli stessi luoghi li frequentava rischiando la vita.
Tra gli appuntamenti più potenti c'è “Mille Papaveri Rossi”, installazione nel cortile del Polo del '900: mille fiori di carta rossa, costruiti durante workshop pubblici diffusi in città, che formeranno un prato temporaneo e simbolico. I papaveri sono il fiore dei caduti in guerra, almeno nella tradizione anglosassone e nei versi che generazioni di soldati si sono portati in trincea.
Meno immediata è la mostra “Art of Remembrance”, che apre sabato 18 al Polo del '900 e mette in dialogo artisti e luoghi di memoria europei, da Bastogne alla borgata piemontese di Paraloup, passando per il museo di Sybir, in Polonia, che racconta la deportazione di massa in Siberia ordinata da Stalin. L'Europa della Seconda guerra mondiale raccontata attraverso l'arte contemporanea: un modo per ricordare che quella non fu solo una guerra italiana, che la parola Resistenza si declina in molte lingue.
Il programma non dimentica le storie minor: il 17 aprile, in piazza Bernini, verrà intitolata un'area verde a Giuliana Fiorentino Tedeschi, scrittrice e insegnante sopravvissuta ad Auschwitz. Il 22 aprile, in via San Donato, toccherà a Sandro Fiorio, il conciatore la cui fabbrica divenne uno dei centri nevralgici dell'attività clandestina del CLN piemontese: una balconata con il suo nome, affacciata sullo stesso quartiere in cui operò nell'ombra.
Sul fronte degli spettacoli, la serata del 22 aprile porta al Sacrario del Martinetto “Sto dalla vostra parte”, spettacolo liberamente tratto da un romanzo che racconta la Resistenza attraverso gli occhi di chi la scelse, non di chi la subì. Il giorno dopo, giovedì 23, al Polo del '900 si proiettano i film realizzati dagli studenti per il concorso “Filmare la Storia”: ragazze e ragazzi che hanno guardato negli archivi e hanno provato a tradurre in immagini quello che i libri di testo raccontano.
La sera del 25 aprile, il sipario cala al Conservatorio di Torino, dove inaugura il Torino Jazz Festival, alla sua quattordicesima edizione in abbinamento al 25 aprile, con uno spettacolo che vale da solo l'intera stagione: Moni Ovadia e il Kassiber Ensemble raccontano i musicisti ebrei che suonavano nei campi di concentramento, nel ghetto di Terezín in particolare.
Nel pomeriggio, al Polo del '900, si proietta invece “Il Bandito” di Alberto Lattuada, con Amedeo Nazzari e Anna Magnani: il neorealismo dell’Italia del dopoguerra con gli occhi ancora pieni di macerie.
Il filo che tiene insieme questo programma sterminato è la consapevolezza che la memoria non si conserva da sola: va curata e raccontata ogni anno, perché le nuove generazioni non hanno vissuto niente di tutto questo.









