CHIVASSO - Angelo Petrosino racconta la storia della gatta Alice, l'amica fedele della celebre Valentina
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CHIVASSO - È notte. Uno scrittore torna a casa dopo aver detto addio al padre morente in ospedale e alle sue spalle, come spuntata dal nulla, una gatta lo segue furtiva e miagola. Prima di rientrare in casa, l'uomo decide di ospitarla per una notte, ma la gatta, cui darà il nome di Alice, resterà con lui per quasi vent'anni e comincerà a vivere una vita parallela nei libri dell'autore. Diventerà, infatti, l’amica fedele di Valentina, il personaggio letterario che ha accompagnato nella loro crescita generazioni di lettrici attraverso le storie create da Angelo Petrosino, dalla cui ispirata penna è nato «Una gatta di nome Alice».

«E' un caso esemplare il mio. Non avevo mai avuto animali d'affezione - ci racconta Angelo Petrosino - Quando morì mio padre, fui seguito dall'ospedale di Chivasso fino a casa da una gatta, che non avevo nessuna intenzione di tenere. Credevo che per gli animali le abitazioni dell'uomo fossero un po' come delle gabbie, nelle quali non si potessero accudire, e che stessero meglio fuori, in natura. In realtà, piano piano, giorno dopo giorno questa gatta mi ha, diciamo, "addomesticato". E' stata con me per quasi 20 anni. Mi ha costretto anche a ripensare al rapporto tra noi umani e gli animali. Prendendo spunto da questa sorta di osservazione quotidiana con lei, ho finito con il riflettere sulla mia storia personale e sui miei rapporti che intrattenevo a scuola con gli alunni, sulla pedagogia e sull'empatia nei confronti degli uomini. Così, questo libro è diventato non solo la storia di una gatta e di un uomo, che si conoscono e accettano con il passare del tempo insieme, ma è stata l'occasione per riflettere in generale sulla nostra contemporaneità, sulla nostra attualità. Non è un caso che all'interno di "Una gatta di nome Alice" abbia citato tantissimi filosofi, giornalisti, storici che hanno avuto consuetudini con i gatti. Sono dell'idea che gli animali sono il nostro "secondo prossimo": hanno fame, hanno sete, soffrono, stanno bene o male esattamente come noi. Tra noi e loro l'unica differenza è, appunto, di grado. La presenza oggi, nel clima di solitudine diffusa, soprattutto tra gli anziani, di gatti e cani finisce con il diventare uno specchio per non sentirsi distaccati, esclusi. Hanno anche quindi una funzione terapeutica e sociale: sono famiglia. Per il libro, mi sono inoltre dedicato ad uno studio accuratissimo sulla storia del gatto nell'umanità. Non è un luogo comune per esempio che i gatti abbiamo salvato la società egizia. Hanno combattuto la peste in Europa nel trecento. Sono stati anche malmenati, torturati e bruciati perché Assimilati ai demoni. Oggi, fanno per fortuna parte della nostra vita. Scrivendo questo romanzo volevo dire soprattutto agli adulti che i gatti, come ogni altro animale, non vanno regalati al bambino come un peluche o un giocattolo. Sono molto di più. Se accompagnato da un adulto, il bambino può cominciare a dimostrare proprio nei confronti dell'animale una empatia, gentilezza, simpatia e capacità di accudire l'altro che si spera da grande lo porterà anche a prendersi cura delle altre persone».

Angelo Petrosino è stato insegnante, giornalista, traduttore, direttore del periodico Il giornale dei bambini. Attualmente è consulente redazionale della rivista Pagine Giovani. Scrive testi per ragazzi da quasi quarant’anni. «La combinazione di insegnante e scrittore di libri per ragazzi è stata decisiva per me. I bambini bisogna conoscerli per davvero. Non basta avere un nipotino, un figlio o rievocare la propria infanzia per scrivere un libro di questo genere. Bisogna conoscere a fondo i loro modi di reagire, i bronci, le loro ragioni, i piccoli sogni che cominciano a coltivare. La scuola e l'aula sono straordinarie in questo. E' una sorta di teatro, a condizione che tu, adulto, abbia voglia veramente di conoscere i bambini. Senza considerarli come "strumento" del proprio lavoro e basta. I bambini, fidandosi di te, offrono a quel punto un quadro della loro realtà vera e stupefacente. Il primo libro di "Valentina" è uscito nel 1995. Per più di un quarto di secolo, ho scritto più di 200 libri accompagnando Valentina nella sua crescita fino a quando diventa adulta e si sposa. Immediatamente, fin dal primo "Le fatiche di Valentina", questi racconti hanno trovato un terreno fertile. Mi ha fatto piacere, perché ho fatto il maestro per formare lettori felici. Mi rendevo conto leggendo i libri che le bambine non erano quasi mai protagoniste assolute di queste storie. Avevano funzioni da comprimarie e basta. Invece, guardavo le mie alunne e vedevo che avevano una vivacità e una creatività straordinarie. Le ragazze sono molto più in gamba dei maschietti. E' la verità. Decisi così di riparare a una sorta di "torto" e scelsi appunto questa ragazzina "Valentina" come la protagonista e il motore di tutte le mie storie che piacquero subito alle bambine di quegli anni '90, nei quali non c'erano ancora i telefonini e internet e il libro era ancora un mezzo per coltivare la fantasia ed emozionarsi senza distrazioni. Fino ad allora, probabilmente, non avevano mai trovato una bambina aperta, coraggiosa, intraprendente, fedele alle sue amicizie, capace di empatia. Si riconoscevano in Valentina. Con il passare degli anni, con le mie "antenne", un po' da curioso, un po' da maestro, vedevo cosa cambiava nella società. Lo riportavo nei libri che sono stati una sorta di specchio di questi cambiamenti. Tuttavia, in realtà, l'indole, la natura i bisogni fondamentali dei bambini e dei miei giovani lettori continuano a rimanere gli stessi. Non è un caso, che anche nel 2026 ci sono nuove generazioni che scoprono Valentina e si appassionano alla serie. Vuol dire che quelle pagine sono arrivate al cuore dei bambini i cui bisogni, i sentimenti, le curiosità e sogni non sono mutati. Non a caso continuiamo a leggere Pinocchio. I bambini continuano a cercare un adulto affidabile che sia in grado di dialogare con loro. E' dura, è difficile, è complicato, ma soprattutto chi lavora nella scuola dovrebbe aiutare i ragazzi a conoscersi meglio e a prendere decisioni anche migliori. E lo si può fare portando i libri a scuola, perché è nei libri che si trova la vita vera. E' una missione ed è una responsabilità che ci dobbiamo assumere: aiutare i bambini a crescere».

Nel libro «Una gatta di nome Alice» spiccano la prefazione della conduttrice televisiva, Sveva Sagramola, e la suggestiva copertina illustrata da Sara Not: «Sveva Sagramola l'ho conosciuta nel 2020. Mi scrisse una bella lettera, raccontandomi che la figlia leggeva i libri di Valentina. Mi ringraziava per i valori che questi racconti trasmettevano. Da allora è nata la nostra amicizia. Nella parte finale del libro c'è la foto della vera "Alice". E' simbolica. E' una gatta che guarda fuori, che sembra concentrata in un suo universo. Sara Not è stata bravissima a tradurre questo scatto nel disegno della copertina. Ne è venuta un'immagine molto poetica. Tenera, morbida, come mi hanno detto molti vedendo la copertina. E' stilizzata ma molto intensa. Anche il lettering è efficace. Lavoro con Sara da 26 anni. Un sodalizio perfetto. Tutti i miei libri, non solo quelli di Valentina, hanno visto la nostra collaborazione. Sono stati tutti illustrati da lei. Il suo stile, con questo tratto disinvolto, moderno, un po' ironico, corrisponde alla perfezione al contenuto dei libri. Riesce ad entrare nei miei racconti con le sue immagini».

Scrivere per l'autore di «Una gatta di nome Alice» non è mai stata una fatica: «Come ho raccontato nel mio terzo libro, appena tornato da Parigi, grazie ad una libraia che mi regalò "I ragazzi di via Pal", nacque il gusto, il desiderio, la voglia di scrivere. Cominciai da subito a fare dei lavoretti, benché giovanissimo, perché volevo utilizzare le mance per comprarmi dei libri. Era diventata un'ossessione. Mai avuto libri fino ai 12 anni. Ho cominciato da ragazzino non solo a leggere, ma anche a scrivere. Però per 25 anni, fino ai 40 anni, ho riempito quadernoni di storie, poesie, piccoli saggi. E' stata una sorta di tirocinio, apprendistato duro. Ho studiato da perito chimico industriale a Torino, ma non era il mio mestiere. Nel 1989, dopo avere scritto solo per me, è uscito il mio primo libro "La febbre del karate" e da allora scrivere è stata sempre una gioia. Mai una fatica. Perché non mi hanno mai imposto di scrivere un libro e perché scrivo solo cose di cui ho conoscenza - conclude Angelo Petrosino - Molti dei miei libri sono ambientati in Cornovaglia, a Londra, a Parigi, a Zurigo, Colonia, Stoccarda, Salonicco, dove sono stato. Primo Levi diceva che lo scrittore fa un patto con il lettore. Io scrivo e voglio dialogare con te lettore, ma devo essere inteso. Questo non vuol dire essere banali. Bisogna lavorare molto sulla scrittura, con pazienza, con passione. Bisogna partire da sé stessi, perché è la persona che si conosce di più. Non scriverei mai un libro fantasy, in stile Harry Potter. Non è la mia materia. Coetanei, educazione sentimentale, rapporti con i genitori, la scuola, i cambiamenti della società: ecco il mondo in cui mi sento immerso e a cui cerco di dare voce. Mi fa piacere quando tante trentenni oggi mi scrivono dicendomi che sono cresciute con i miei libri. Adesso attendono "Una gatta di nome Alice" perché è un personaggio che i lettori hanno amato molto. Non è retorica, i libri ti possono davvero cambiare. Per i bambini, se il libro è riuscito, a maggior ragione. Scrivere per loro non è da tutti. In molti dei miei libri c'è un genere con cui mi piacerebbe confrontarmi: è il giallo. Non a caso, in un certo senso, compare già nei titoli di alcuni libri di Valentina: "Un mistero per Valentina", "Un mistero a Roma per Valentina". Adoro questo genere, in particolare Simenon e il commissario Maigret».